Gruppo musical-cabarettistico nato a Milano nei primi anni '60. Era composto da: Nanni Svampa, Roberto Brivio, Lino Patruno e Gianni Magni. Il gruppo riuscì quasi subito a creare una forma di spettacolo, di impronta teatrale, ma originale per l'epoca, nel solco della tradizione dialettale milanese. Fu apprezzata la loro abilità musicale ma soprattutto mimica e scenica (si presentavano in calzamaglia nera, bombetta in testa, chitarra sulla destra). Nel loro repertorio c'era una netta preponderanza di brani goliardici, surreali ma anche assai corrosivi che avevano come bersaglio la classe politica dell'epoca, il clero, la piccola borghesia. Il loro primo spettacolo I Gufi cantano due secoli di resistenza fu messo in scena nel 1963 e la loro attività proseguì fino al 1971, quando uscì La Balilla. Il gruppo poi si sciolse a causa di alcuni contrasti interni ma ognuno dei componenti proseguì la propria carriera artistica, anche se con diversi risultati. Il repertorio completo del gruppo, arricchito di alcune nuove canzoni scritte da Nanni Svampa, è stato riproposto nel 1981, e successivamente nel 1997.
Ecco invece i Loungerie in concerto, la chitarra è ancora sulla destra, l'abilità è ancora mimica e scenica. Il gioco è simile. Anche se noi non abbiamo mai avuto la possibilità di vedere i Gufi in concerto. Ah, siamo anche un numero
dispari, cinque, che ci permette di giocare di più: di scambiarci i ruoli, clown e bianchi indifferentemente. Le canzoni infine, come per i Gufi, sono scritte da noi, testo e musica.
Le tematiche - Parallelismi
I Gufi sono stati una realtà autoriale che - nei brevi anni di
attività (dal ’64 al ’69) - ha innovato profondamente la scena musicale
italiana introducendo in un panorama ancora fermo al melodico
tradizionale e a liriche convenzionali in stile sanremese la comicità
surreale, la satira sociale e un'attenta ricerca filologica delle
ascendenze tradizionali della canzone lombarda. La loro opera ha
spianato la strada a molti: tanti cantautori degli anni Settanta, tanti
gruppi folkloristici, tanti "trasgressivi" degli Ottanta, e poi gli Skiantos e persino Elio e le storie tese gli sono in qualche modo debitori.
Le tematiche principali presenti nelle loro canzoni si possono raccogliere nelle macrocategorie di seguito descritte.
La canzone popolare
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«Porta Romana bella, Porta Romana/ ci stan le ragazzine che te la dànno/ prima la buonasera e poi la mano"»
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("Porta Romana" - Tradizionale)
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Come accennato in precedenza, la grande opera di recupero della canzone popolare meneghina si deve essenzialmente a Nanni Svampa,
che nel corso degli anni darà alle stampe come solista ben dodici LP,
che andranno a costituire la monumentale opera intitolata Milanese.
I Gufi si impadroniscono di alcune canzoni storiche facendole proprie:
storie di malavita e di amori non corrisposti. Diversamente da tanta
canzone popolare italiana, però, la cifra della canzone milanese è
spesso quella dell'ironia e della dissacrazione. Solo una coppia di
fidanzati milanesi nell'atto di lasciarsi può dire - anziché lacrimare
o accoltellarsi -: "Bene, arrivederci e in gamba!" (Mi sont un malnatt).
Su tutta la produzione dei Gufi svetta probabilmente la celeberrima Porta Romana, la canzone che narra dell'omonimo quartiere milanese, poco distante dal quale si trova anche il Carcere di San Vittore,
terminale necessario di ogni disavventura dei piccoli criminali da
strapazzo di cui son piene queste storie. La versione dei Gufi ha la
peculiarità di essere arricchita di volta in volta da strofe - salaci
come il resto della canzone - che riecheggiano fatti di cronaca
dell'epoca o di storia recente: "Han fatto più battaglie le tue
collant/ che tutto il Medio Oriente e Moshe Dayan// Han fatto più battaglie le tue mutandine/ che tutti i Giapponesi alle Filippine" (da: Porta Romana n. 2).
I Gufi reinterpretano poi a modo loro, grazie agli arrangiamenti di Patruno, anche tutta una serie di canzoni di altri autori, quali Jannacci, Fo e Brassens (nella traduzione milanese di Svampa).
I Loungerie sviluppano la tematica della canzone popolare attraverso i testi, questa volta non in dialetto (a parte alcune incursioni nel napoletano, dovute alle origini della cantante) e al multilinguismo, ma soprattutto esplicano la tematica attraverso il pezzo Popolare, giocato sul dualismo della parola stessa
Perchè io sono popolare, ho la casa popolare
in un quartiere popolare, la mia famiglia è popolare
la mia storia è popolare, il mio cognome è popolare
e mi sento orso polare in un mondo di zanzare
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Le canzoni macabre
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« Ecco che per strada passa il funerale/ ossequi, condoglianze, come va?/ Ha visto Studio uno?
Ho fuso il Maserati. /Ma pensa, che vergogna, quella c'è./[...] Funeral
show gente che allegria questo/ funeral show piangere è follia in
questo/ funeral show salti balli suoni canti/ niente cuori affranti in
questo funeral show.»
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("Funeral show" - Brivio, Patruno)
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Se a distanza di oltre quarant'anni possiamo sorridere di questi
testi, dobbiamo ricordare che nei primi anni Sessanta, prima della
contestazione, si poteva scherzare coi fanti ma bisognava lasciar stare
i santi. I Gufi invece non si fanno pregare e si lanciano ad ironizzare
fin da subito sul tabù ultimo: quello della morte, buono naturalmente anche per lanciar frecciate al clero che tratta l'argomento come proprio terreno esclusivo.
Roberto Brivio in particolare dimostra una vena
particolarissima nel dipingere i cimiteri: "È la tua nuova casa di
riposo/ bisogna entrarci calmi col sorriso/ perché di lì si va in
paradiso/ sol chi ha peccato può finire ancor più giu.// [...]È
confortevole, è tranquillissimo, è curatissimo, il cimiter!" (da: Cipressi e bitume). Oppure, nella Contently becchin' story
(inglese maccheronico per definire la "storia di un becchino
contento"): "Oggi son tanto contento/ profonda scavata ho una fossa/
dissotterravo le ossa/ di un morto dieci anni fa// [...]Sceglie le ossa
più belle/ le disinfetta col gesso/ poi si cucina un bel lesso/ non
chiede nient'altro al comun!".
Anche qui non manca l'occasione per una serrata critica alle
convenzioni ed agli atteggiamenti affettati della società borghese:
"Sono nato con la camicia/ la fortuna è sempre con me/ con le donne
sono stato felice/ e la noia non so che cos'è./ Non lavoro e guadagno
lo stesso/ ma una voglia ogni tanto mi assal.//Vorrei tanto suicidarmi/
ad un albero impiccarmi [...] ma son timido e non oso/ e perciò doman
mi sposo/ l'emozione è quasi egual!" (da: Vorrei tanto)
Anche nei testi delle canzoni dei Loungerie, la morte è una tematica costante. I ritornelli e le canzoni sembrerebbero allegre e facete ma in realtà nascondo spesso un doppio significato.Vedi a questo proposito la Slam Gravità e la parodia sull'industria cinematografica indiana Bollywood
Venite a Bollywood
Lo senti questo mood
farete un tuffo
nei colori della Mo-o-rte!
La canzone d'epoca
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«Aveva un bel visin/ col mento piccolin/ Nanette, Nanette, Nanette...»
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("Nanette" - Brivio, Patruno)
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Brivio, cantante dilettante di operetta,
si diverte a ricalcare gli stilemi barocchi di questa forma musicale,
riprendendone le espressioni desuete, il lessico d'altri tempi. Nei
suoi testi "cuor" rima inesorabilmente con "amor", ma anche "visin" con
"piccolin". Gli intrecci narrativi sono tutti inevitabilmente
strappalacrime: "A Parigi un neonato una notte si svegliò/ era figlio
del peccato che la mamma abbandonò/ un gingillo al collo avea/ con la
data di quel dì/ Santo Dio, come piangea, parea proprio dir così:/
'Mamma, mammina, sei senza pietà/ se mi abbandoni di me che sarà/ sono
tuo figlio da te nacqui un dì/ non si abbandonano i figli così!" (da: Il neonato). Memorabili le interpretazioni in duetto tra la voce tenorile di Brivio e quella da soprano (in falsetto) di Magni.
Anche i Loungerie, giocano spesso con gli stilemi barocchi e retrò. Tipico esempio è ne La bella Estate:
Si spostano le sdraio balneari
bagnini alti come campionari
ritornano spaesati a quei fischietti
con buffi motivetti e rendez-vousIl rifarsi agli stilemi di vita degli anni cinquanta e sessanta fa si che questi giochi si applichino spesso al testo vero e proprio delle canzoni: "E intanto dalla risacca rimane fiacca la démodé, e intanto da quel risucchio quasi mi butto, mi butto giù.."
nonsense, l'umorismo
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«Nella selva equatorial/ sotto un
cielo tropical/ non si vede più ballar l'orangotango./ Perché un giorno
che non so/ per un caso s'incontrò/ con la scimmia del suo cuor
l'orangotango.»
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("Orango tango" - A. Albertarelli )
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Tanta parte della produzione dei Gufi, in realtà, non è ascrivibile
a nessun tema in particolare, eccezion fatta la semplice voglia di
divertirsi e di sperimentare soluzioni musicali e testuali nuove. Per
tanti versi queste canzoni possono dirsi antenate della "canzone
demenziale" di epoche successive. Ricordiamo, tra le tante: Festival della canzone rurale,
in cui si misurano contadini russi, francesi, tedeschi ed americani,
ciascuno dei quali magnifica i propri ortaggi in una lingua che fa il
verso a quella delle nazioni citate; Mc Coy due peluzzi, satira sui popolarissimi Spaghetti Western che furoreggiavano all'epoca; l'allegro motivetto del Semaforo bianco e blu,
che per indispettire un "ghisa" (cioè un vigile urbano milanese)
s'illumina coi colori del cielo anziché col tradizionale verde, giallo
e rosso; Si chiamava Ambroeus... " e faceva l'entreneuse/ in un trani con balera/ proprio in fondo a Via Marghera..."; Va' Longobardo: "Bevi Rosmunda, bevi nel cranio vuoto del tuo papà/ non esitare siocca,
ti mostro io come si fa./Bevi Rosmunda bevi, la schizzinosa non devi
far/ se te lo dice Alboino che ti vuoi bene lo puoi ben far/ suvvia dai
retta al maritino se no la testa ti fa staccar.").
Completamente ironici e demenziali i Loungerie giocano talmente con le parole per arrivare spesso ad un linguaggio completamente inventato: come in Post-Moderno cha cha cha dove i primi versi sono in una lingua sconosciuta ai più.
Sprengula Cadu Damina - Marajà
Catto coll'Ampetamina - cum Pascià
Pizzeria da Elenina - Uè paisà
Eschilo Escolo - Gulp!
Cha Cha Cha
La satira politica e sociale
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« Si può morire facendo il presidente/
si può morire scavando una miniera/ si può morire d'infarto
all'osteria/ o per vendetta di chi non ha niente.// Si può morire
uccisi da un regime/ si può morire schiacciati sono il fango/ si può
morire attraversando il Congo/ o lavorando in alto sul cantiere.»
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( "Si può morire - N. Svampa )
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La parte più cospicua delle canzoni dei Gufi è però in qualche modo riassumibile con la nota espressione di Jean De Santeuil: castigat ridendo more.Sotto una facciata stilistica apparentemente innocua e ridanciana, il
gruppo lanciava strali contro l’Italietta neoricca e piccolo borghese
del boom, la stessa così sarcasticamente dipinta da Dino Risi nel "Sorpasso" e nei "Mostri".
"Io vado in banca/ stipendio fisso/ così mi piazzo/ e non se ne parla più" (da: Io vado in banca),
stigmatizzavano i quattro contro il mito culturale del decennio. E
snocciolavano le contraddizioni di una società in mutamento in cui si
affrontavano gli stimoli provenienti dall'estero e il conservatorismo
di parte della popolazione. I Gufi ironizzano sulle piccole e grandi
ipocrisie, sulla devozione alla forma, motivata però da ciascuno con
meschini scopi personali: "È la domenica il giorno del Signore/ è la
domenica il giorno dell’amore/ tutti ben rasati/ con su gli abiti
belli/ è d’obbligo sentirsi tutti un po' fratelli./ E poi andiamo in
chiesa a pregare Dio/ ma tu ti preghi il tuo/ ed io mi prego il mio"
(da: È la domenica il giorno del Signore).
Oltre alle tematiche pacifiste, di cui si è già parlato a proposito dello spettacolo Non spingete, scappiamo anche noi,
le canzoni dei Gufi spaziavano in moltissimi dei problemi sociali
irrisolti di quegli anni: il razzismo e le disparità sociali (La ballata del cuore), gli omicidi politici di John Kennedy e Martin Luther King(Si può morire), l'immigrazione interna (La lucumutivi), la mafia ('U ferribotte), la disparità tra uomo e donna (Caselinghe).
Infine La ballata dello calciaturi di palluni, rivela la sconcertante attualità di alcune tematiche, relative alla corruzione nel mondo dello sport.
I Loungerie infine abbracciano le tematiche politiche, attraverso pezzi ironici: Lutéro, sulle cellule staminali, o scandagliando tematiche attraverso gli stilemi tradizionali: La Ballata Dei Capitali
Nei libri di scuola "capitali"
erano Parigi, Oslo, Madrid
cambia il senso nella vita vera
senza capitali manca il quid
Costo del lavoro costa caro
se devi arrivare alla pensione
cliccano sul prsonal denaro
e si manda a casa le persone
E si cantano ancora canzoni di lotta
quelle vecchie del tempo di Enrico e De Andrè
i computer connessi alla rete corrotta
e domani il lavoro non c'è